Antonio Villas

Da OLTRE IL GIARDINO.

Antonio Villas vive a Trieste in una splendida casa con giardino, arredata con gusto e originalità. Uomo semplice, brizzolato, sguardo vivo dal fare concreto e anticonformista, si coglie in lui una certa vena nostalgica dei tempi in cui sperimentare nuove modalità di lavoro, in contesti istituzionali da trasformare, era più semplice. Architetto di molti luoghi di innovazione nella sanità e nella salute mentale, al servizio delle comunità e dei suoi ‘utenti’, Fabrizia Ramondino in Passaggio a Trieste lo definisce un “anti-architetto”, per il suo modo di lavorare alternativo a quello individualista degli archistar. Attento osservatore delle realtà sperimentali e dei processi di lavoro partecipato, è in grado di ribellarsi quando non si lavora per l’innovazione e l’apertura degli spazi, nell’interesse di chi quegli spazi li deve vivere.

Le creazioni di Villas sono tavoli di legno massiccio dipinti di blu componibili in varie forme; poltroncine rotonde ricoperte di plastica rossa con struttura in legno dorato, da teatro piú che da salotto; divani composti da cassoni verniciati di nero in forma di lunghi triangoli acuti coperti da cuscini colorati dove ci si può stendere o sedere; tavolini semicircolari componibili; mensole lineari disposte su piani irregolari; lampade da soffitto bianche e ovali.

Secondo Villas gli spazi a uso collettivo (ospedali, scuole, centri di salute mentale, ecc.) così come si trovano nella maggior parte dei casi sono anti-luoghi: frequentati per obbligo, sono concepiti senza alcuna considerazione o attenzione verso chi, al loro interno, lavora, studia, si cura, gioca, vive.

“In questi contenitori qualsiasi di persone, estranei, ostili, deprimenti, il degrado, se c'è, è naturale proseguimento di un'indifferenza e un'insensatezza piú generali.

Sono anti-luoghi ovvero luoghi dove non vengono riconosciute le esigenze minime del vivere insieme, quali decenza, decoro, comfort, dove la relazione tra spazi e persone, la possibilità di comunicare con segni e colori, di creare sensazioni e stimoli, di indurre reazioni e comportamenti, di innescare trasformazioni, viene azzerata o espressa solo al negativo. Luoghi contro le persone, monumenti autoreferenziali.

Sono dei luoghi di cui non si vuole occupare nessuno. Molto spesso sono brutti, fatiscenti, in contrasto con quello che dovrebbero essere. Una scuola dovrebbe essere bella, attrezzata, luogo dove crescere le menti e invece il dibattito è su come fare il controsoffitto. Stessa cosa vale per gli ospedali dove la gente ci arriva già con delle preoccupazioni, con delle debolezze e si ritrova in posti dove non sa da dove entrare o uscire, sporchi e degradati. C’è un degrado verso il posto pubblico. Di contrasto, più lo spazio pubblico diventa una discarica, più lo spazio privato acquisisce importanza e bellezza. Si, perché non ci si chiede chi li deve abitare, sono contenitori di esseri umani. Manca il rispetto delle esigenze delle persone.”

Per questo il suo progettare gli spazi di cura in modo sensato, partendo dalla prospettiva di chi deve ‘abitare’ questi luoghi, diviene in sé un atto rivoluzionario (e probabilmente ‘terapeutico’ per gli utenti stessi). “I progetti sono stati sempre discussi e partecipati da coloro che dovevano praticare la salute mentale, quindi non nascevano da un gesto individuale mio”, sositene Villas.

“Per me habitat sociale è un’esperienza concreta di trasformazione dei posti e anche delle persone che li abitano, una sigla che identifica un modo di operare, una ricerca di qualità possibile, un tentativo di progettare semplicemente e banalmente degli spazi sensati in modo sensato.

Progettare vuol dire allora calarsi, senza schemi prefissati da imporre, nelle diverse situazioni con le loro storie e specificità; intraprendere un percorso di scambio e confronto; far emergere bisogni, desideri, potenzialità; elaborare soluzioni aperte in modo partecipato e contaminato; individuare quello che il luogo deve esprimere, suscitare, comunicare, e il linguaggio adatto allo scopo: e solo allora affrontare la fase finale delI'invenzione e delle scelte.”

“Habitat sociale” significa “portare qualità e bellezza dove non è prevista, inserire la dignità tra gli elementi del progetto, rovesciare territori emarginati di confine in zone libere.”