Il problema dell'istituzione psichiatrica

Da OLTRE IL GIARDINO.

La storia delle istituzioni psichiatriche nasce con lo sviluppo degli "asili per lunatici", seguito dalla loro graduale trasformazione nei "manicomi" del XIX secolo, sostituiti infine dai contemporanei ospedali psichiatrici; una tale evoluzione spiega e chiarisce l'ascesa di una psichiatria organizzata e riconosciuta ufficialmente come branca della medicina.

Mentre anche precedentemente esistettero istituti ospitanti gli "insani" (le cosiddette "case dei matti", includenti anche i vagabondi, le prostitute, visionari di ogni tipo e tutti quelli definiti ed etichettati come "anomali", che si sono schierati cioè al di fuori della società costituita), la conclusione tratta dalla maggioranza dei "normali" che l'istituzionalizzazione fosse la soluzione più corretta per trattare le persone considerate squilibrate, "entusiaste", maniache, dementi, furiose, affette da "cretinismo" e da idiozia, asociali, poveri e orfani e vedove senza alcun mezzo di sostentamento, invertiti sessuali (così erano chiamati gli omosessuali un tempo) e affetti da infezioni di origini sessuali, mongoloidi ecc. fece parte di un processo sociale del XIX secolo il quale cercò di rinvenire "soluzioni" al di fuori delle famiglie e delle comunità locali.

Il livello di specializzazione delle istituzioni per la cura ed il controllo degli insani di mente rimase estremamente limitata fino al termine del XVIII secolo.

La follia era considerata principalmente come un problema domestico, con le famiglie e le autorità parrocchiali preposte ai regimi di cura; le prime forme di soccorso pubblico furono estese in queste circostanze, compreso il sostegno finanziario e la fornitura di infermiere (per lo più suore). Dove la cura familiare non fosse stata possibile i lunatici avrebbero anche potuto essere affidati ad altri membri della comunità locale o mandati in madhouse private. In casi eccezionali, se i giudici li avessero ritenuti particolarmente violenti o disturbatori dell'ordine pubblico, le autorità parrocchiali avrebbero potuto soddisfare i costi non trascurabili del loro confinamento in "asili di beneficenza", case di correzione o case di lavoro forzato.

Alla fine del XVII secolo questo modello cominciò a cambiare, cosicché l'asilo privato per i pazzi cominciò a proliferare ed ampliare le proprie dimensioni. Già nel 1632 fu registrato che il "Bethlem" londinese possedeva nel suo vasto sottoscala di un salotto, una cucina, due dispense, una lunga entrata sul retro e 21 stanze in cui poterono ritrovarsi persone povere raccattate per la strada, "distratte" o in stato confusionale, mentre sopra le scale altre otto camere per gli eventuali assistenti.

I detenuti considerati maggiormente pericolosi o "turbativi" potevano essere incatenati, ma il Bethlem rimaneva un edificio altrimenti aperto. I suoi pazienti potevano vagare attorno ai suoi confini ed eventualmente anche in tutto il quartiere circostante. Nel 1676 la struttura si espanse in locali di nuova costruzione a Moorfields, ottenendo così una capacità di altri 100 detenuti.

Vi fu una completa assenza di una risposta centralizzata da parte dello Stato al problema sociale della follia fino al XIX secolo; fino ad allora proliferarono le case di cura private gestite da una serie di "maghi" della salute, soprattutto in Gran Bretagna, a livelli altrove del tutto inesistenti. I riferimenti documentati a tali istituzioni rimangono comunque limitati al XVII secolo, ma già all'inizio del XVIII secolo il cosiddetto "commercio dei lunatici" era ben consolidato.

In Gran Bretagna all'inizio dell'Ottocento vi erano forse qualche migliaio di lunatici ospitati una varietà di istituzioni separate, ma all'inizio del XX secolo coloro che erano definiti tali ammontavano a circa 100.000 persone.

Durante il periodo dell'Illuminismo gli atteggiamenti sociali verso gli insani cominciarono a cambiare. La malattia mentale venne vista come un "disordine" che richiedeva un trattamento compassionevole il quale avrebbe aiutato nella riabilitazione della vittima. Quando Giorgio III del Regno Unito, che soffriva di un disturbo mentale, sperimentò una remissione dello stesso nel 1789, la malattia mentale iniziò a venire intesa come qualcosa che poteva essere trattato e curato.

L'epoca moderna dei provvedimenti istituzionali per la cura dei malati mentali è iniziata all'inizio del XIX secolo. L'istituzionalizzazione degli "Asili mentali" fu stabilita in Gran Bretagna con la promulgazione del County Asylums Act del 1808; questo permise alla magistratura di far costruire "Asili di soccorso" in ogni contea, per ospitare soprattutto i lunatici indigenti. Nove contee applicarono la procedura per la prima volta ed il manicomio del Nottinghamshire fu aperto nel 1811.

Entro la fine del XIX secolo nella maggior parte dei paesi che avevano vissuto l'industrializzazione erano stati istituiti sistemi nazionali di asili regolamentati per i malati mentali. All'inizio del secolo Gran Bretagna e Francia avevano assieme solo poche centinaia di persone rinchiuse, ma alla fine del XIX secolo questo numero era salito a centinaia di migliaia. Solo gli Stati Uniti d'America ospitavano 150.000 pazienti nei manicomi entro il 1904. L'impero tedesco ebbe più di 400 di queste istituzioni tra settore pubblico e privato. Gli asili per lunatici furono cruciali per l'evoluzione della psichiatria in quanto fornivano luoghi di pratica in tutto il mondo.

Negli anni fra il 1910 e 1930 vennero introdotte negli ospedali psichiatrici le terapie fisiche come lo shock insulinico, l’ETC, e le pratiche chirurgiche come la lobotomia.

Solo la seconda metà del XX secolo ha visto lo sviluppo dei primi psicofarmaci efficaci.

Ben presto i manicomi divennero luoghi sovraffollati e celebri per le condizioni di vita estremamente scadenti, la mancanza di igiene, i maltrattamenti e gli abusi sui pazienti.

Le prime alternative basate sulla comunità vennero suggerite e attuate in modo provvisorio nel corso degli anni venti e trenta, anche se il numero dei ricoveri negli ospizi continuò ad aumentare fino agli anni cinquanta inoltrati.

Il movimento per la deistituzionalizzazione cominciò a svilupparsi in diversi paesi occidentali tra la metà degli anni cinquanta e gli anni sessanta.

A partire soprattutto dal Regno Unito il movimento deisituzionale si diffuse in molti Paesi fra cui l'Italia che fu appunto il primo a chiudere per legge i manicomi grazie alla Legge 180.

Naturalmente il movimento deistituzionale si legò anche a quello sindacale con l'argomento che  i servizi comunitari potevano essere più economici del manicomio.

Si sostenne da parte di specialisti in sociologia che le istituzioni totali mantenevano o addirittura creavano dipendenza, passività, esclusione e disabilità provocando in tal modo la "sindrome da istituzionalizzazione" delle persone.

Venne inoltre suggerito che i nuovi farmaci a disposizione rendessero più fattibile il mantenimento delle persone in comunità.