La xerox-art

Da OLTRE IL GIARDINO.
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Nel 1938 Chester Carlson, un fisico americano che amava lavorare ai suoi progetti in modo del tutto indipendente, si immaginò un innovativo processo di stampa che si basava su di una piastra metallica rivestita di materiale fotoconduttore a carica elettrica e un toner a polvere secca. La tecnologia però non era in grado di fornire le dovute risposte alle domande di Carlson e quindi fu necessario attendere altri vent’anni prima che la macchina fosse immessa sul mercato.

Quello che è certo è che nel 1959 fece la sua comparsa la leggendaria Xerox 914, da molti considerata il prodotto singolo di maggior successo commerciale di tutti i tempi.

La 914 è la prima macchina fotocopiatrice. Prodotto accompagnato da un’innovativa campagna pubblicitaria che mostrava come anche delle scimmie sarebbero state in grado di creare delle copie con il semplice tocco di un pulsante.

Il termine scelto per descrivere questa nuova tecnica di stampa fu Xerografia, termine che univa al greco xeròs –secco – quello di graphía, ovvero scrittura.

Come molte volte accade alle invenzioni, anche in questo caso l’idea di Carlson è stata deviata dalla creatività fino a divenire negli anni un oggetto di culto per la sua unicità estetica, generando il movimento della Xerox Art.

L’arte Xerox – a volte chiamata anche Copy Art – è una forma d’arte nata negli Anni Sessanta, quando si cominciano a sperimentare gli effetti distorsivi e cromatici che si ottengono non coprendo perfettamente l’immagine. I primi lavori dimostrano come la curvatura dell’oggetto, la quantità di luce che raggiunge la superficie dell’immagine e la distanza della copertura dal vetro possano produrre effetti stranianti sul risultato finale, che non sta più nel semplice e immediato copiare.

Di fronte a questo nuovo processo creativo, ecco dunque che vengono descritte tecniche quali il Direct Imaging, ovvero la tradizionale copia, lo Still Life Collage, una variazione ottenuta posizionando un collage di elementi diversi sulla lastra, indagando quindi le dinamiche fra il primo piano e lo sfondo. L’Overprinting, con il quale si costruiscono strati di immagini stampando più volte sullo stesso foglio di carta; la Coloration, variazione della densità e della tonalità del colore ottenuta regolando i livelli di esposizione.

I primi artisti il cui nome è legato alla Xerox Art sono Charles Arnold e Wallace Berman. Il primo era docente presso il Rochester Institute of Technology, sede della fabbrica dei primi modelli di fotocopiatrici Xerox, che eseguì le prime fotocopie con intento artistico a partire dal 1961. Wallace Berman, invece, chiamato Father of assemblage art, usava una fotocopiatrice Verifax – della concorrente Kodak – per creare copie che poi disponeva in griglie, formato allora in auge grazie ai lavori di Andy Warhol e agli studi sul concetto di archivio come forma d’arte.

Altro nome da segnalare è quello di Esta Nesbitt, artista newyorchese che, insieme ad Anibal Ambert e Merle English della Xerox Corporation, ha ampliato i confini della Xerox Art attraverso lo studio e la manipolazione delle macchine arrivando a teorizzare ben tre nuove tecniche xerografiche chiamate chromacapsa, transcapsa e photo-transcapsa.

Gli artisti che dagli Anni Sessanta ad oggi si sono confrontati con la macchina fotocopiatrice sono moltissimi: fra gli altri, Seth Siegelaub, Jack Wendler, Ian Burn, Pati Hill, Laurie Rae Chamberlain, Edward Meneeley, Lesley Schiff e Helen Chadwick.

Nel 1968 viene realizzato in mille copie lo Xerox Book, uno dei libri d’artista più famosi al mondo. Pubblicato a New York nel 1968 da Seth Siegelaub e John W. Wendler, il libro è concepito come una mostra stampata di sette artisti (Carl Andre, Robert Barry, Douglas Huebler, Joseph Kosuth, Sol LeWitt, Robert Morris e Lawrence Weiner), ognuno dei quali ha a disposizione 25 pagine. L’intento originario del progetto, esteticamente simile al White Album dei Beatles e originariamente senza titolo, prende spunto dalla standardizzazione delle condizioni del concetto-mostra.

In Italia si ricordano gli esperimenti di Alighiero Boetti con Nove Xerox AnneMarie del 1969 e soprattutto di Bruno Munari con la serie Xerografie iniziata nel 1963. Un amore, quello di Munari per la fotocopiatrice, testimoniato anche dal testo introduttivo al suo libro Xerografia del 1972, in cui scrive: “Se si vuole arrivare a un’arte per tutti (e non a un’arte di tutti) è necessario trovare degli strumenti che facilitino l’operazione artistica e, contemporaneamente, dare a tutti i metodi e la preparazione per poter operare”.

La Xerox Art nasconde segreti ancora oggi da approfondire e sarebbero molti gli aspetti sotto cui andare a esplorare le sfumature e le derivazioni che la rendono, oggi più che mai, attualissima. Non volendo ricadere nel consueto citazionismo di Walter Benjamin, basti semplicemente gettare uno sguardo meno distratto del solito, a quella che Jay David Bolter chiama “planitudine digitale” per riconoscere con chiara evidenza quanto le tendenze che oggi riscontriamo sul web e che a volte possono apparire sorprendenti, siano al contrario già presenti nella Xerox Art e, più in generale, in certa arte underground nata a partire dagli Anni Sessanta.