Laboratorio P

Da OLTRE IL GIARDINO.

All’ex-OPP nel 1983 nasce il Laboratorio P di arti visive, luogo di scambio e produzione in cui convivono pratiche dell’arte, della cura e della cultura. Pittura, scultura, incisione, serigrafia, intervento urbano, gallerie d’arte e mostre in tutta Europa.

E poi le onde fotocopiatrici della xerox-art, grafia emergente dell’arte contemporanea degli anni Ottanta. Siamo nel mezzo di un’onda che afferma altri modi di fare arte che si confrontano con una crisi storica dei musei come istituzioni pubbliche e con l’appropriazione gallerista che inserisce la pratica artistica nel sistema di valorizzazione del mercato globale. Da Buenos Aires a New York, da Varsavia a Barcellona, alcuni movimenti sfuggono a questo processo, utilizzando le tecnologie per sfuggire alla verticalità dell’arte catturata dal mercato. Invece di andare verso il centro, verso i saloni, verso i musei, la mail-art e la xerox-art generano altre onde periferiche che proliferano da luogo a luogo. Trieste appare in questo panorama anche grazie alle risorse del Dipartimento di Salute Mentale: luoghi, padiglioni, ma soprattutto telefoni, fax e macchine fotocopiatrici.

Scrive il Laboratorio P nel 1986, appena dopo la catastrofe di Chernobyl: «Siamo tutti macchine. Un ambiente macchina per le macchine che siamo, delicati noi, delicato l’ambiente, sennò le macchine si rompono – schizomacchine. Anche in Ucraina fanno i fuochi, ma anche raggi, non eco-logici. Futuristi, non vogliamo più vivere senza macchine ma vogliamo sceglierle, le nostre macchine dolci, sexy, macchine di sole, macchine di fuochi, macchine aereodinamice, macchine psicodinamiche, macchine corpodinamiche, macchine auto ed eterodinamiche».

Nei laboratori si dà un processo di invenzione, scontro e trasformazione nel quale tante e tanti che sfuggono alla ‘normalità’ della vita di città possono affermare un altro senso. Fuori dal tracciato disciplinato del tessuto urbano, il laboratorio di pittura e arti visive P diventa uno dei punti nevralgici in cui macchine espressive si incontrano e in cui strumenti e spazi si combinano, per costruire un altro modo di fare cultura e produrre soggettività. Nella fuga dalla città chiusa, e poi nell’invenzione di macchine desideranti, collettive e radicali, “fasi” del laboratorio, sempre incerte e sovrapposte.

Scrive Angela Pianca: «I Laboratori si configurano quindi come luoghi dove diventa possibile attuare interventi dinamici e pedagogici, stimolare capacità creative e di trasformazione culturale, di trasformazione dei ruoli predefiniti, delle etichette, dello stigma. Luoghi capaci di modificare concretamente le condizioni di vita delle persone, attraverso processi continui e faticosi di soggettivazione. Con progetti in grado di accrescere e promuovere livelli di partecipazione, di condivisione e di affettività; con grande attenzione alla qualità del processo, dei percorsi, dei prodotti».


Bibliografia

AA. VV., Laboratorio "P", edizioni e